Crescere distruggendo: una lezione sulla forza dell’innovazione

copertina del libro Il potere della distruzione creatrice - Innovazione, crescita e futuro del capitalismo

Ho deciso di affrontare questo libro piuttosto voluminoso spinto da una curiosità molto precisa: l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia 2025 a Philippe Aghion, autore principale del volume e uno dei maggiori studiosi contemporanei della crescita guidata dall’innovazione. Il titolo, Il potere della distruzione creatrice, rimanda subito a Schumpeter e a una delle formule più note della teoria economica moderna. Ma proprio perché questa espressione viene spesso citata quasi come uno slogan, mi interessava capire quanto fosse ancora utile per leggere il capitalismo di oggi, tra innovazione tecnologica, concentrazione del potere economico, politiche industriali e qualità delle istituzioni.

Philippe Aghion è uno dei maggiori economisti contemporanei della crescita e dell’innovazione. Nato a Parigi nel 1956, ha conseguito il PhD ad Harvard ed è professore al Collège de France, all’INSEAD e alla London School of Economics. Nel 2025 ha ricevuto, insieme a Joel Mokyr e Peter Howitt, il Premio Nobel per l’Economia per il contributo alla comprensione della crescita guidata dall’innovazione e, nel caso di Aghion e Howitt, per la teoria della crescita attraverso la distruzione creatrice.

Il punto di partenza del libro è semplice solo in apparenza: la crescita economica non nasce principalmente dall’accumulazione passiva di capitale, ma dall’innovazione. E l’innovazione, per sua natura, è cumulativa. Ogni innovatore lavora sulle conoscenze già disponibili, appoggiandosi sulle spalle di chi lo ha preceduto. Da qui nasce una visione della crescita come processo storico, progressivo, mai lineare, in cui ogni avanzamento apre la strada a nuovi avanzamenti.

“la prima intuizione chiave del paradigma schumpeteriano è l’idea che l’innovazione cumulativa sia la fonte primaria della crescita”

Questa impostazione è particolarmente interessante perché evita due semplificazioni opposte. Da un lato, non idealizza il capitalismo come macchina spontanea e perfetta di progresso. Dall’altro, non lo condanna come sistema irriformabile. Gli autori sostengono invece una tesi più sottile: il capitalismo produce innovazione quando esistono incentivi adeguati, istituzioni credibili, tutela della proprietà intellettuale e, soprattutto, concorrenza sufficiente a impedire che le rendite diventino posizioni inattaccabili.

Qui emerge uno dei passaggi più forti del libro. L’innovazione ha bisogno di una ricompensa. Chi rischia capitale, tempo, reputazione e competenze deve poter aspirare a una rendita, almeno temporanea. Ma quella stessa rendita, se protetta troppo a lungo, può trasformarsi in monopolio difensivo e bloccare la successiva ondata innovativa. È la contraddizione fondamentale del capitalismo: l’innovatore di oggi può diventare l’ostacolo all’innovazione di domani.

“l’innovazione scaturisce da iniziative imprenditoriali motivate dalla prospettiva di una rendita di monopolio”

La distruzione creatrice è dunque un processo ambivalente. Crea ricchezza, produttività, nuovi settori, nuovi prodotti e nuovi lavori, ma distrugge imprese, competenze, rendite e modelli organizzativi precedenti. Il libro ha il pregio di non nascondere questa tensione. L’innovazione non è una carezza. È più spesso una forza di ristrutturazione profonda, talvolta dolorosa, che richiede politiche pubbliche intelligenti, sistemi educativi efficaci e protezioni sociali capaci di accompagnare le persone nella transizione.

Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti è la spiegazione di come le grandi rivoluzioni tecnologiche, come l’elettricità, l’informatica o oggi l’intelligenza artificiale, non producono immediatamente tutti i loro effetti. Hanno bisogno di tempo per diffondersi, essere comprese, adattate ai diversi settori e trasformate in innovazioni secondarie. Questo aiuta a capire perché spesso tra l’invenzione di una tecnologia e l’aumento misurabile della produttività esista uno sfasamento temporale. Non basta inventare una tecnologia: bisogna imparare a usarla bene.

“L’innovazione secondaria, però, esige del tempo, ed ecco un primo fattore che consente di chiarire perché l’innovazione e la crescita economica risultino cronologicamente sfasate.”

Molto interessante è anche il rapporto tra concorrenza e innovazione. Il libro mostra che la concorrenza non ha un effetto identico su tutte le imprese. Per quelle vicine alla frontiera tecnologica può essere uno stimolo potentissimo, perché le spinge a innovare per distanziare i concorrenti. Per quelle più arretrate, invece, può avere un effetto scoraggiante, perché riduce la probabilità percepita di recuperare il divario. Questa distinzione è preziosa perché evita lo slogan facile: più concorrenza sempre e comunque. La questione vera è quale concorrenza, in quale mercato, con quali imprese e con quali regole.

Da qui deriva anche una riflessione molto attuale sulla politica industriale. Gli autori non propongono né uno Stato dirigista né uno Stato assente. Sostengono piuttosto che la politica industriale debba essere disegnata in modo compatibile con la concorrenza e con l’innovazione. Aiutare alcuni settori può avere senso, soprattutto in presenza di costi fissi elevati, apprendimento e ricadute tecnologiche; ma se l’intervento pubblico protegge rendite inefficienti, finisce per produrre l’effetto opposto: meno selezione, meno innovazione, meno crescita.

Il libro è forte anche quando affronta il tema della disuguaglianza. L’innovazione può aumentare le disparità nella parte alta della distribuzione dei redditi, perché premia in modo molto rilevante chi riesce a creare imprese e tecnologie vincenti. Tuttavia, secondo gli autori, ha anche tre virtù decisive: non aumenta necessariamente la disuguaglianza globale, favorisce la mobilità sociale attraverso l’ingresso di nuovi innovatori e sostiene la crescita della produttività. È una posizione equilibrata, che non nega i problemi distributivi ma rifiuta l’idea che la soluzione sia frenare l’innovazione.

“Riassumendo, l’innovazione contribuisce ad aumentare le disparità ai livelli superiori della distribuzione dei redditi, ma possiede anche una triplice virtù: non accresce la disuguaglianza globale, incoraggia la mobilità sociale e stimola la crescita della produttività”

La parte finale allarga il discorso alle istituzioni politiche. Innovazione, proprietà privata, concorrenza e democrazia non sono elementi separati. Un esecutivo troppo debole può non avere la forza di promuovere riforme e investimenti; uno troppo forte può trasformarsi in potere predatorio, ostacolando le innovazioni che minacciano gli interessi costituiti. In molte parti del libro riaffiorano, direttamente o indirettamente, riferimenti al lavoro di Daron Acemoglu, altro recente Premio Nobel per l’Economia, soprattutto quando il ragionamento si sposta sul ruolo delle istituzioni, sui vincoli al potere politico e sulla capacità di una società di restare aperta all’innovazione (qui una brevissima recensione al suo libro più significativo). La crescita, quindi, non dipende solo dagli imprenditori o dagli scienziati, ma anche dalla qualità delle istituzioni, dall’indipendenza della magistratura, dalla vitalità della società civile e dalla capacità di limitare l’abuso del potere economico e politico.

In questo senso Il potere della distruzione creatrice è un libro molto più ampio di quanto il titolo possa far pensare. Non parla solo di imprese innovative, start-up o tecnologie. Parla del modo in cui una società decide se restare aperta al cambiamento oppure chiudersi nella difesa delle rendite esistenti. E qui sta forse il messaggio più importante: la crescita non è garantita. Va coltivata. La stagnazione è sempre possibile, soprattutto quando chi ha conquistato una posizione dominante riesce a convincere la politica a proteggerla.

È una lettura impegnativa ma ricca, che offre una visione moderna del capitalismo: non un sistema da adorare né da abbattere, ma un meccanismo potente che deve essere regolato con intelligenza. Un capitalismo senza innovazione diventa rendita. Un capitalismo senza regole diventa monopolio. Un capitalismo senza protezioni sociali genera paura e resistenza al cambiamento. La sfida, come spesso accade nelle cose serie, non è la scelta semplicistica tra mercato e Stato, ma costruire istituzioni che permettano al mercato di innovare senza trasformarsi in una fortezza per pochi vincitori.

Perché Sì. Perché è un libro importante per chi vuole capire davvero il rapporto tra innovazione, crescita, concorrenza e istituzioni. Aiuta a leggere il capitalismo contemporaneo senza slogan, mostrando perché il progresso economico abbia bisogno sia di libertà imprenditoriale sia di regole capaci di impedire la cristallizzazione delle rendite.

Perché No. Perché non è una lettura leggera: richiede attenzione, interesse per l’economia e disponibilità a seguire ragionamenti articolati. Chi cerca un libro divulgativo molto narrativo o una posizione ideologica netta, pro o contro il capitalismo, potrebbe trovarlo denso e poco accomodante.

TitoloIl potere della distruzione creatrice
Innovazione, crescita e futuro del capitalismo
Autori  Philippe Aghion; Céline Antonin; Simon Bunel
EditoreMarsilio
Anno2021
Pagine512
LinguaItaliano

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