Riflessioni sulla strategia

copertina del libro buona strategia cattiva strategia di Richard Rumelt

In attesa di un volo vago distrattamente in libreria alla ricerca di qualcosa che mi incuriosisca e mi imbatto in questa edizione italiana di “Good strategy, bad strategy” di Richard Rumelt, un classico consigliatomi da un’amica qualche anno fa’ che non avevo mai letto.

Lo sfoglio svogliatamente alla ricerca dell’ispirazione, e dopo aver letto la breve biografia di uno dei pensatori più influenti nel campo della strategia, in particolare della prospettiva basata sulle risorse, molto bene approfondita da Hamel e Prahalad in Competing for the future (la recensione qui), mi imbatto nell’ultimo paragrafo del primo capitolo:

“Avere obiettivi in conflitto, dedicare risorse a traguardi non collegati fra loro e fare spazio a interessi incompatibili sono lussi dei ricchi e potenti, ma fanno una cattiva strategia. Ciononostante, la maggior parte delle organizzazioni non crea strategie focalizzate, bensì genera elenchi di esiti desiderabili e contemporaneamente ignora la necessità di una vera competenza nel coordinare e concentrare le proprie risorse. La buona strategia richiede leader che siano disposti a dire NO a molte azioni e a molti interessi. La strategia riguarda tanto ciò che un’organizzazione fa quanto ciò che non fa.”

Ecco sintetizzata in poche parole chiare la situazione quotidiana in cui tanti manager si trovano a vivere. E mi viene anche in mente come il celebre CEO di General Electric Jack Welch chiedesse sempre ai suoi dirigenti, prima di quali fossero le opportunità sulle quali investire, quali erano i settori da dismettere.

In effetti la chiarezza e la semplicità è uno dei grandi pregi del saggio di Rumelt. Il gergo tecnico e il linguaggio complesso che si possono trovare in questo tipo di letteratura sono ridotti al massimo, pur mantenendo un tono professionale.

L’autore non si limita ad enunciare la teoria delle buone pratiche, ma la arricchisce con variegati e interessanti esempi tratti dalla storia: dalla vittoria di Annibale a Canne, ai chip grafici che hanno reso grande Nvidia (recentemente tornata alla ribalta grazie all’intelligenza artificiale), all’ascesa di Starbucks, fino allo scoppio delle bolle immobiliari.

Ci mostra il lato oscuro, la cattiva strategia, approfondendo le trappole che ci riserva la vita di tutti i giorni, come puntare su obiettivi di alto livello senza un vero piano, confondere la strategia con gli obiettivi, dimenticarsi di fare un’analisi del contesto, inseguire più obiettivi contemporaneamente perdendo il focus, cercare compromessi eccessivi o addirittura evitare di prendere decisioni per non dispiacere a nessuno.

Gran parte del lavoro di strategia consiste nello stabilire cosa succede. Non semplicemente decidere cosa fare, ma risolvere il problema più fondamentale di comprendere la situazione. Come minimo, una diagnosi dà un nome o classifica la situazione, collegando i fatti in schemi e suggerendo di prestare più attenzione a certi problemi e meno ad altri.”

Attenzione! Ovviamente non esistono soluzioni precostituite, come non esistono moduli (oggi piace chiamarli anche Canvass) da compilare dai quali possa magicamente uscire la best way. Tuttavia l’autore offre qualche consiglio pratico, sotto forma di strumenti e domande per aiutarci a migliorare le nostre strategie.

Ci sono in giro un sacco di strumenti venduti per il lavoro sulla strategia, ma le buone idee non vengono fuori da strumenti meccanici. Gli strumenti concettuali possono aiutarci a trovare un orientamento, ma, alla fine, le buone idee in sostanza spuntano nella nostra testa. È chiamata intuizione.

In poche parole, “Buona strategia, cattiva strategia” ci spinge a riflettere più intensamente e con maggiore chiarezza sulle nostre sfide e su come affrontarle. È una guida schietta che può aiutarci a migliorare il nostro gioco strategico nel lavoro e anche nella vita.

Perché Sì. Perché è scritto in modo chiaro e semplice, cita numerosi esempi già interessanti nel loro valore storico, ci mostra il lato oscuro per poterlo evitare, ci offre qualche pratico suggerimento.

Perché No. Per la mancanza di un metodo preciso e schematico, che però è conseguenza del fatto che le organizzazioni sono fatte di persone. Molti trovano tuttavia utile ragionare per schemi, e questo libro ne è avaro. E poi davvero, un altro libro sulla strategia?


Scheda del libro

TitoloBuona strategia cattiva strategia
I dettagli che fanno la differenza
AutoriRichard Rumelt
EditoreApogeo
Anno2011
Pagine272
LinguaItaliano

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