
Il marketing dell’ignoranza non è un saggio da scaffale. È una sveglia. Una di quelle con la suoneria fastidiosa, che ti costringe ad aprire gli occhi, anche se preferiresti restare a dormire. Paolo Guenzi, professore appassionato ma in qualche modo disilluso, ci prende per la giacca e ci dice: “Guardate cosa siamo diventati”. E lo fa senza sconti, con ironia, lucidità e un filo di rabbia civile.
Il bersaglio? Un’Italia dove l’ignoranza non solo non si nasconde più, ma si esibisce, si valorizza, si monetizza. Un paese in cui l’ostentata non-conoscenza diventa uno strumento di potere, un’arma politica, un asset strategico. Guenzi ci mostra come il marketing – nato per valorizzare prodotti e bisogni – si sia trasformato in un meccanismo di diffusione dell’ignoranza, diventata essa stessa un “Prodotto Made in Italy di straordinario successo”.
L’autore denuncia una realtà in cui la razionalità è sostituita dalle emozioni, il pensiero critico dall’istinto, la competenza dal carisma posticcio. Dove essere “eccentrici” è diventata la nuova forma di omologazione e la differenza è un travestimento da supermercato. Dove persino i cartelli stradali, un tempo testimoni della nostra storia, oggi riportano nomi che non significano nulla.
Leggere questo libro è stato per me un doppio viaggio: uno dentro le storture del mio mestiere, e uno dentro i paradossi della nostra società. Per vendere alla massa devi abbassarti al suo livello, ma davvero non esiste una terza via? È possibile comunicare in modo accessibile senza rinunciare all’elevazione culturale? La provocazione è forte, e forse anche volutamente eccessiva. Ma costringe a pensare. E il pensiero – oggi più che mai – è merce rara.
Un punto disturbante del libro è la normalizzazione dell’ignoranza come valore positivo. L’ignorante felice non prova dolore, non si pone domande, non mette in discussione nulla. Ed è quindi il perfetto cittadino-consumatore: impulsivo, veloce, manipolabile. In un mondo in cui i fatti non interessano quasi a nessuno, in cui l’impegno civile è ignorato dai media, e in cui “l’amazzonizzazione” ha portato all’idolatria dell’immediatezza, Guenzi lancia un grido d’allarme.
Un altro bersaglio che mi ha colpito è lo smantellamento critico della mitizzata creatività italiana, quella bacchetta magica che dovrebbe tirarci fuori da qualsiasi stagnazione. Una creatività che per troppi non si studia, non si impara, non si insegna, perché sarebbe innata. Un dono divino, sfavillante come una pepita d’oro, che ci esonera da studio, metodo e fatica. Ma come osserva Guenzi – e qui mi ha strappato un applauso interiore – questa idea è la perfetta scusa dello studente pigro: “Io sono troppo brillante per studiare”. Solo che stavolta è lo storytelling nazionale a dircelo.
Eppure, basta guardare alla storia: i grandi geni italiani – da Leonardo a Michelangelo fino a (posso aggiungere Cucinelli?) – sono cresciuti nelle botteghe, hanno seguito apprendistati duri, si sono formati con rigore. Il talento da solo non basta. Ma questa verità scomoda è stata messa da parte, sostituita da una narrazione rassicurante e pericolosa: non serve conoscere, basta essere “creativi”. E così il marketing dell’ignoranza prospera, perché costa meno, richiede meno, e funziona… almeno nel breve.
Guenzi non risparmia nessuno. Dalla televisione del nulla, alla politica populista, allo sport senza valori, all’economia. In tutti questi ambiti, mostra come il marketing abbia smesso di elevare per iniziare ad assecondare. E il risultato è una società dove l’informazione è superficiale, il pensiero critico è opzionale e il cittadino-consumatore è perfetto proprio perché inconsapevole.
Eppure, non c’è una denuncia di complottismo nel suo racconto. Solo l’amara constatazione di una deriva progressiva, di un piano inclinato su cui il paese scivola senza accorgersene. Per questo la lettura non è solo una critica sociale, ma anche una sfida intellettuale. Una sveglia che suona a chi ancora crede nel potere trasformativo del pensiero.
Il passaggio più amaro riguarda proprio i molti professionisti del settore marketing, che non hanno le risorse culturali – in senso ampio, quindi anche etico – per esercitare consapevolmente il proprio mestiere. Non sono cattivi, non sono cinici. Sono semplicemente ignoranti. E fanno disastri in buona fede. È questo il vero paradosso: il marketing dell’ignoranza è alimentato anche da chi pensa di fare il proprio lavoro onestamente, ma non si rende conto dell’impatto che ha.
Come lettore e come professionista, mi sono trovato in profonda sintonia con l’autore. Al punto che – lo confesso – mi dispiace non poter essere uno dei suoi studenti. Età, tempo e finanza non me lo permettono, ma è rincuorante sapere che ci sono ancora docenti così appassionati, acuti e innamorati del sapere. Questo libro non insegna tecniche, ma regala consapevolezza, molto di più.
Perché Sì. Per chi lavora nel marketing, nella comunicazione o semplicemente vuole capire meglio le dinamiche culturali di questo paese, Il marketing dell’ignoranza è una lettura che spiazza, provoca e riaccende un po’ di senso critico. Come tutte le cose preziose, non è comoda. Ma è necessaria.
Perché No. La denuncia dell’autore suona a tratti caustica, l’ironia diventa sarcasmo, quello che ci delinea sembra spesso un mondo senza redenzione. C’è poco spazio per l’ottimismo e per idee costruttive.
Scheda del libro
| Titolo | Il marketing dell’ignoranza Un prodotto Made in Italy di straordinario successo |
| Autori | Paolo Guenzi |
| Editore | Egea |
| Anno | 2025 |
| Pagine | 160 |
| Lingua | Italiano |




