
Chi di noi non ha mai pensato che la meritocrazia potrebbe essere la soluzione ai mali della nostra società, dell’industria, della politica? In realtà potrebbe sorprenderci il fatto che il termine stesso, meritocrazia, nato nel 1958 dalla brillante mente di Michael Young, sociologo e attivista britannico di formazione economica, è stato coniato con un’accezione alquanto negativa.
Nel saggio distopico “L’avvento della meritocrazia”, l’autore si cala nei panni di un sociologo che racconta come la società inglese nell’anno 2033 giunse a rivoluzionare la propria classe politica scegliendone solo membri con un altissimo quoziente intellettivo, unità di misura ritenuta universalmente obiettiva per misurare il merito, e lasciando alla restante stragrande maggioranza delle persone le attività più umili per le quali non era necessario avere particolari doti intellettive.
Il saggio-romanzo parte dalla crisi di rappresentatività della classe politica, tracciando una situazione che a quasi settant’anni di distanza pare ancora attualissima.
“In tutte le società i detentori del potere e i possessori di ricchezza hanno bisogno che la loro fortuna sia avallata dai migliori titoli morali: diversamente nessuna classe dirigente può governare con l’illuminata sicurezza che costituisce la fonte segreta del carisma“.
Purtroppo la soluzione scelta, dopo un periodo di consolidamento, non sembra risolvere i problemi per i quali era stata instaurata, la società meritocratica si rivela ben presto una società ancora più ineguale, e “per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio“. Così la massa restata ai margini si ribellerà scatenando violente proteste, chiudendo il cerchio di una storia che non sembra avere una fine.
Se la meritocrazia non sembra quindi la soluzione alla crisi della società distopica del mondo di Young (e del nostro), è l’autore che ci propone una possibile traccia da percorrere, che mira a valorizzare la diversità di ricchezze del genere umano, tutte utili a perseguire una mission, una causa comune.
“Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità, chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, o che l’impiegato straordinariamente efficiente è superiore al camionista straordinariamente bravo a far crescere le rose“.
Leggendo il libro mi sono chiesto, considerata la scarsezza delle nostre classi dirigenti, se siamo prossimi ad una grande rivoluzione nell’esercizio del potere e nella ricchezza. Forse un po’ di quella meritocrazia maledetta da Young potrebbe essere utile, ma se alla fine sarà la diversità la bellezza che salverà il mondo, resta comunque il grande bisogno di uomini visionari che sappiano indicare la direzione dove orientare i nostri sforzi.
Perché Sì. Perché è un classico poco conosciuto, scritto in modo molto originale nella forma di saggio, che può sorprendere il lettore mostrando l’altra faccia dei luoghi comuni relativi alla meritocrazia.
Perché No. Perché il saggio contiene diversi riferimenti alla storia politica britannica, quindi potrebbe risultare poco chiaro in alcune parti al lettore che non abbia una minima infarinatura sull’argomento.
Scheda del libro
| Titolo | L’avvento della meritocrazia Gli uomini sono tutti uguali? |
| Autori | Michael Young |
| Editore | Edizioni di comunità |
| Anno | 2013 |
| Pagine | 231 |
| Lingua | Italiano |




