
Guardando Il banchiere anarchico (2018), disponibile su Raiplay — una piattaforma che spesso offre piccole perle nascoste — si resta subito colpiti dalla lucidità fredda del protagonista. Ho scelto il film per il titolo intrigante e perché era stato presentato al Festival di Venezia; basato sul racconto di Fernando Pessoa, diretto da Giulio Base, offre un’opera intensa e riflessiva.
Il protagonista, un banchiere di successo, racconta come da giovane anarchico abbia deciso di accumulare ricchezza per ottenere la libertà assoluta: poter fare ciò che vuole senza vincoli. La logica spietata e coerente del personaggio, sintetizzata dalla citazione di Pasolini all’inizio del film — “Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole” — rende il ragionamento disturbante e affascinante al tempo stesso.
Il film colpisce anche per la sua semplicità elegante: tre scenografie principali — divano, tavolo da scacchi, tavola apparecchiata — accompagnano una fotografia che passa dal bianco e nero al colore, e dialoghi raffinati animano uno spazio che sembra teatrale. Elementi che ricordano lavori come Dogville o Manderlay di Lars von Trier. Nei titoli di coda, una bibliografia ricca mostra la cura con cui l’autore ha costruito i dialoghi.
Dal punto di vista contenutistico, è un gioco intellettuale sulla finanza come strumento di potere e libertà. L’accostamento tra anarchia e finanza, volutamente stridente, rivela sorprendenti affinità e invita a riflettere: quanto siamo davvero liberi quando cerchiamo di cambiare il sistema dall’interno?
Il film è perfetto per chi ama il cinema raffinato e la filosofia, e lascia lo spettatore con la mente stimolata e una sottile inquietudine intellettuale.
